Quante volte hai sentito dire: “Manca la cultura della sicurezza”?
O magari: “Bisogna cambiare la cultura della sicurezza”?
Sono frasi che rimbalzano nei media ogni volta che accade un incidente grave. Il copione è sempre lo stesso: indignazione pubblica, caccia al colpevole e soluzioni semplici a problemi complessi.
Peccato che, come ci insegna il principio ETTO (Efficiency–Thoroughness Trade-Off), le risposte rapide sono spesso le meno accurate.
Un esempio? Il tragico incidente nel cantiere Esselunga di Firenze: all’inizio si puntò il dito contro la catena di appalti. Poi si scoprì che l’evento era stato causato da un errore di progettazione.
Ecco perché, ogni volta che sento parlare di “cambiare la cultura della sicurezza”, ammetto di provare una certa allergia. È un’ambizione legittima, certo. Ma nella pratica? Nessuno c’è mai riuscito davvero.
Lo spunto per questa riflessione me l’ha dato un articolo di Ellie Snowden, che pone una domanda tanto semplice quanto scomoda: “Cosa intendiamo per cultura?”
Già, perché se vogliamo cambiarla, dobbiamo almeno sapere di cosa stiamo parlando.
E anche Ellie, come me, pare provare un certo fastidio quando sente dire che “basta cambiare la cultura”.
Come se bastasse girare un interruttore. Come se fosse facile quanto cambiare una lampadina.
Eppure, la differenza tra una cultura e una lampadina è una sola parola: complessità.
Uno dei passaggi più intensi del suo articolo recita: “la cultura non è una "cosa", è un processo vivo e pulsante. È complessa, relazionale e narrata. La cultura è qualcosa che è incarnato e radicato nei nostri paesaggi, poiché il nostro passato, presente e futuro si fondono in ogni singolo momento. La cultura emerge dai modelli di come le persone danno un senso alla loro esperienza quotidiana. Diamo un senso al nostro mondo attraverso la lente della cultura e, a nostra volta, contribuiamo continuamente alla creazione della cultura attraverso il nostro linguaggio e le nostre azioni collettive, ciò a cui ci aggrappiamo e ciò che lasciamo andare.”
In altre parole: la cultura non si impone, si comprende.
Cambiare la cultura non si fa con una legge, una sanzione o un nuovo regolamento.
Si fa, semmai, capendo i contesti decisionali delle persone, il senso che trovano in ciò che fanno ogni giorno.
Perché se una scelta ha senso per un lavoratore, probabilmente lo ha anche per i suoi colleghi. Vivono lo stesso contesto. E il contesto è tutto.
Ellie Snowden conclude il suo articolo con quattro spunti che dovremmo tenere a mente prima di parlare di cultura (specialmente in sicurezza):
La cultura è un sistema complesso e adattivo.
Proprio come l’intelligenza artificiale, la cultura si alimenta continuamente di esperienze, interazioni e feedback. Cambia, si adatta. E per comprenderla, dobbiamo chiederlo a chi la vive ogni giorno.
I dati sono storie. Le storie sono dati.
Le storie che ascoltiamo ogni giorno sono più utili di mille KPI. Ogni racconto contiene una visione del contesto in cui si prendono decisioni reali. E capire quel contesto ci dà una chiave d’accesso unica.
Non si cambia la cultura dichiarando valori.
Appendere cartelloni con slogan ispirazionali non serve a nulla. Anzi, potrebbe essere controproducente. I sistemi socio-tecnici sono complessi, e ogni azione ha effetti collaterali spesso imprevedibili.
La cultura non è statica. E nemmeno la sua comprensione.
Il contesto cambia. Cambia ogni giorno. E con lui cambia anche la cultura. Pensare di modificarla “una volta per tutte” è una pericolosa illusione.
Forse dovremmo smettere di pensare di poter plasmare la cultura dall’alto.
Meglio assumerci un ruolo più umile: osservatori attenti, ascoltatori curiosi.
Solo così potremo cogliere i pattern che danno senso alle azioni e aiutare il sistema ad evolversi. Non cambiando la cultura, ma cambiando la comprensione che ne abbiamo.
Link all’articolo integrale: https://substack.com/home/post/p-168383416