Sull’onda della medaglia d’oro conquistata dalla nazionale femminile di pallavolo ai Mondiali, ritorna in mente il celebre “Decalogo di Velasco”, spesso rilanciato come fonte di motivazione e ispirazione al cambiamento, salvo poi vedere che nella realtà quotidiana i comportamenti sono ben diversi.
Personalmente trovo il decalogo geniale e utilizzo spesso i video di Julio Velasco nei corsi di formazione, soprattutto con i preposti. Vale allora la pena provare a tradurre quei dieci principi nel contesto della sicurezza sul lavoro, leggendo il tutto attraverso la lente di Safety-II e di Safety Differently.
Partiamo da una metafora tra alzatore e preposto: nel volley il palleggiatore è la figura che orchestra il gioco. Non è il capo, ma il facilitatore: decide a chi alzare, osserva la disposizione avversaria, valorizza i punti di forza dei compagni e crea le condizioni perché possano schiacciare al meglio. È il ruolo che traduce la strategia in azioni concrete, adattandosi continuamente alle variabili del campo. Il preposto sul lavoro svolge un ruolo molto simile. Non comanda dall’alto, ma coordina, guida e supporta chi è in prima linea. Come il palleggiatore, deve leggere la situazione reale, tenere insieme sicurezza, efficienza e obiettivi operativi, e soprattutto mettere gli altri in condizione di avere successo. In entrambi i casi, la prestazione della squadra dipende anche dalla capacità di chi ha questo ruolo di facilitare, adattare e creare condizioni per il gioco sicuro ed efficace.
Ma andiamo dentro al Decalogo.
1. Gli schiacciatori non parlano dell’alzata, la risolvono
Quanto tempo perdiamo a manipolare numeri e indici di frequenza solo per far quadrare i grafici, senza conoscere davvero i rischi reali dei nostri ambienti di lavoro? E quante volte, lontani dal “campo di gioco” (il blunt end, la retrovia), insegniamo a chi lavora in prima linea cose che non sappiamo fare, chiedendo loro di eseguire procedure che noi stessi non abbiamo mai provato?
Questa massima di Velasco incarna perfettamente la contrapposizione tra Work-as-Imagined (il lavoro come lo immaginiamo o prescriviamo) e Work-as-Done (il lavoro come viene realmente eseguito). In Safety Differently si riconosce che il lavoro è sempre caratterizzato da adattamenti e scorciatoie necessarie per gestire la variabilità reale. Gli schiacciatori “risolvono” un’alzata imperfetta, mostrando resilienza e capacità di adattamento. Questo non è improvvisare: lo schema c’è, ma nessuno può prevedere con esattezza la mossa dell’avversario. Così, anche nel lavoro, le condizioni cambiano continuamente e chi è in prima linea deve agire per completare l’attività.
È il principio della Local Ingenuity: l’operatore che trova soluzioni creative (anche con mezzi di fortuna) per portare a termine un compito. È accettabile finché rimane entro margini di sicurezza e serve a evidenziare problemi strutturali latenti. Diventa pericoloso se diventa routine e la deviazione è normalizzata.
2. L’allenatore non fa, convince a fare
L’allenatore non entra in campo. Non può giocare al posto dei suoi titolari, per quanto motivato sia. Allo stesso modo, un leader della sicurezza non impone soluzioni dall’alto, ma crea un contesto che consente ai lavoratori di essere motivati, coinvolti e capaci di affrontare la variabilità quotidiana senza erodere i margini di sicurezza.
È la differenza tra controllo e leadership. Safety Differently punta sulla costruzione della fiducia. L’allenatore convince, non costringe: valorizza le persone di prima linea e permette loro di diventare protagonisti della vittoria, che sia un set o una giornata di lavoro sicura.
3. Nell’errore bisogna cercare il motivo, non il colpevole
La tentazione classica, di fronte a un infortunio, è cercare il colpevole. Ma perché? È un meccanismo di difesa: se la colpa è di qualcun altro, non è mia. In realtà, Safety Differently ci ricorda che l’errore umano non è la causa, ma solo l’inizio dell’indagine. È un’etichetta che nasconde problemi più profondi.
Dare la caccia al colpevole significa fermarsi presto, alimentare il “Teatro della Sicurezza” e credere che i comportamenti siano conformi solo sotto lo sguardo del controllore (umano oggi, elettronico domani). Andare oltre l’errore vuol dire capire il contesto e riconoscere le trappole spesso create inconsapevolmente lontano dal campo operativo. Lo stesso operatore che oggi sbaglia, ieri con la stessa manovra ha evitato che “i buchi del formaggio” si allineassero.
In altre parole: possiamo cercare un colpevole o possiamo imparare, ma non possiamo fare entrambe le cose. E se vogliamo che gli eventi non si ripetano, dobbiamo scegliere di imparare.
4. La squadra si costruisce cominciando a stabilire i ruoli
In un contesto complesso, il ruolo non è semplicemente “fare il compitino”. È accountability: la capacità di portare a termine un obiettivo in un contesto dinamico. Definire i ruoli serve a dare chiarezza funzionale, ma deve lasciare spazio a flessibilità e adattamento. Nel lavoro reale, gli operatori spesso devono fare qualcosa che “non è di loro competenza” per garantire che l’attività finisca con successo.
Come ci insegna FRAM, non conta solo la struttura ma l’interdipendenza tra funzioni. La sicurezza nasce dal coordinamento e dalla collaborazione: molti fallimenti derivano da un “non era di mia competenza”.
5. Festeggiare anche gli errori nei tentativi
Qui Velasco si avvicina al concetto dei micro-esperimenti safe-to-fail. Le organizzazioni si muovono entro i confini della fattibilità, della sostenibilità economica e della sicurezza, spingendosi ogni giorno un po’ più in là. Questo stimolo porta innovazione. Anche se l’esperimento non funziona, ci lascia un apprendimento che va custodito.
Per questo le organizzazioni dovrebbero creare contesti in cui segnalare errori sia normale, non stigmatizzato. Festeggiare anche i tentativi falliti significa favorire la curiosità e l’esplorazione, e imparare non solo da ciò che va storto, ma soprattutto da ciò che di solito va bene.
6. O è sì, o è no. Non esiste il “sì, però”
Il “sì, però” è il regno dell’ambiguità. È lo slogan della “sicurezza prima di tutto” che si scontra con il “fai presto che dobbiamo consegnare”. È la tensione continua tra efficienza e completezza (il principio ETTO). Il compromesso è inevitabile, ma il problema nasce quando non se ne parla apertamente. Senza chiarezza, non possiamo capire cosa porta davvero al successo e cosa invece mina la sicurezza.
7. Dite più spesso bravo. Ditelo anche ai bravi
Questo è il cuore della Safety-II: imparare dal successo. Le organizzazioni tendono a misurare la sicurezza dall’assenza di eventi negativi, ma è più utile chiedersi cosa fa funzionare bene le cose ogni giorno. Dire “bravo” significa riconoscere l’esperienza e la competenza adattiva degli operatori, che trovano soluzioni efficaci nonostante pressioni e vincoli.
Imparare dal lavoro quotidiano è più potente che analizzare solo gli incidenti. Dire “bravo” significa capire come si crea il successo e replicarlo.
8. Ogni tanto ci vuole qualcuno che ci spinge in piscina
La sicurezza non nasce dalla routine, ma dalla capacità di adattarsi all’imprevisto. Per questo servono esercitazioni, simulazioni e momenti in cui “qualcuno ci butta in piscina”, costringendoci a nuotare. È l’immaginazione necessaria (Hollnagel): allenarsi ad anticipare scenari imprevisti e reagire prontamente.
Se è l’allenatore a spingerci in acqua, lo fa sapendo che non corriamo rischi seri, o che comunque è pronto a salvarci. È un allenamento alla resilienza.
9. Chiedete più volte perché
Molti conflitti nascono dal non aver chiesto abbastanza “perché”. Safety Differently ci invita a comprendere la razionalità locale: perché aveva senso, in quel contesto, fare proprio quella scelta? Solo chiedendo più volte “perché” possiamo capire vincoli, pressioni e conflitti di obiettivi che hanno guidato le azioni. Questo ci permette di evitare il bias del senno di poi e di ascoltare davvero chi vive il rischio.
10. Chi vince festeggia, chi perde spiega
È forse la massima più difficile da conciliare con Safety-II, ma anche qui ci sono spunti preziosi. Se “chi vince festeggia”, allora occorre celebrare chi ogni giorno permette che le cose vadano bene: la normalità operativa è il vero successo. Se “chi perde spiega”, bisogna creare spazi in cui chi è coinvolto in un evento negativo possa raccontare il proprio punto di vista senza paura di giudizi, così da imparare come migliorare.
Conclusione
Il Decalogo di Velasco, reinterpretato attraverso la lente di Safety Differently, rivela un insieme di principi straordinariamente moderni: leadership abilitante, razionalità locale, adattabilità, resilienza, apprendimento e valorizzazione del lavoro reale. Sport e sicurezza convergono su un punto: l’eccellenza non nasce dal controllo, ma dalla capacità di imparare continuamente e di costruire contesti in cui le persone possano avere successo ogni giorno.
Alessandro Baseggio e Andrea Cirincione