La Strategia nazionale 2026–2030 dice molte cose giuste. Il problema è ciò che rischiamo di continuare a non vedere.
La Strategia nazionale in materia di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro 2026–2030 è stata approvata.
Come spesso accade, le parole sono ambiziose, il perimetro è ampio e le intenzioni sembrano nobili. Ma mentre leggiamo, una domanda continua a camminare accanto al testo: questa strategia ci aiuterà davvero a capire come si lavora, o solo a misurare meglio ciò che va storto?
Qualche segnale positivo c’è. Per la prima volta con una certa chiarezza, il documento prova a spostare lo sguardo dalle colpe individuali alle dinamiche sistemiche che precedono infortuni, incidenti e near-miss. Meno “errore umano” da correggere, più attenzione alle condizioni che rendono l’errore probabile. È un passo avanti. Ma è solo un passo.
Entra in scena il concetto di resilienza. Una parola potente, che però rischia di restare decorativa se non viene presa sul serio fino in fondo.
Resilienza significa rispondere quando il lavoro devia dal piano. Non quando tutto fila liscio, ma quando qualcosa si sposta: una consegna anticipata, una macchina che vibra più del solito, una squadra sotto organico. È lì che le persone non “seguono procedure”, ma si muovono, aggiustano, compensano, inventano.
Resilienza significa monitorare, ma non nel senso di sorvegliare. Significa saper distinguere ciò che è stabile da ciò che sta iniziando a scricchiolare. Passare dal “non è successo niente” al “qui qualcosa sta cambiando” prima che sia troppo tardi.
Resilienza significa anticipare, cioè riconoscere pressioni economiche, organizzative e produttive che lentamente spingono il sistema verso il limite. Non per prevedere l’incidente, ma per non restarne sorpresi.
E poi c’è l’apprendimento. Qui la strategia si ferma troppo presto.
Si continua a dire che bisogna imparare dagli incidenti. Vero. Ma gli incidenti sono pochi. Per fortuna.
Il lavoro, invece, riesce ogni giorno. Migliaia di decisioni corrette, aggiustamenti invisibili, scelte imperfette ma sufficienti. È da lì che arriverebbero le informazioni più utili. Ed è proprio da lì che continuiamo a non guardare.
Il documento afferma correttamente che le statistiche non dovrebbero limitarsi a contare infortuni e malattie professionali, ma dovrebbero aiutare a comprendere i fattori dell’ambiente di lavoro che li rendono possibili.
Detto in modo più diretto: i numeri non bastano.
I numeri sono la superficie. Sotto c’è il lavoro reale. E finché restiamo in superficie, continueremo a sorprenderci quando qualcosa va storto.
C’è poi il nodo più delicato, quello che la strategia tratta con rispetto quasi religioso: Vision Zero.
L’obiettivo è chiaro: zero morti, zero infortuni gravi. Nessuno può contestarlo sul piano etico.
Il problema non è l’obiettivo. È come reagiscono i sistemi quando quell’obiettivo diventa irraggiungibile.
Perché quando “zero” diventa una bandiera, succede qualcosa di prevedibile:
gli eventi cambiano nome, non natura.
Un infortunio diventa una medicazione.
Un incidente diventa una disattenzione individuale.
Un segnale debole diventa rumore.
Il risultato è semplice: gli indicatori migliorano mentre la realtà peggiora.
E se a quegli indicatori è collegato un premio, un bonus o una reputazione da difendere, la spinta a non vedere diventa strutturale. Non perché le persone siano disoneste, ma perché il sistema le sta spingendo in quella direzione.
La storia della piattaforma Deepwater Horizon dovrebbe averci insegnato qualcosa. Sei anni senza incidenti, un premio il giorno prima, undici morti il giorno dopo.
Non mancavano le regole. Non mancavano i KPI. Mancava la capacità – o il permesso – di ascoltare ciò che il lavoro stava già dicendo.
La Strategia nazionale 2026–2030 può essere un punto di svolta.
Oppure l’ennesima occasione persa per continuare a contare ciò che è facile, ignorando ciò che è scomodo.
La differenza non la farà il documento, ma le domande che saremo disposti a porci:
Se vuoi approfondire come spostare l’attenzione dagli eventi negativi al funzionamento quotidiano, come leggere il lavoro reale prima che diventi incidente e come costruire sistemi che imparano invece di difendersi, possiamo parlarne.
Scrivimi per un confronto o un approfondimento: la sicurezza non migliora quando azzeriamo i numeri, ma quando impariamo a vedere meglio.